10/02/2012
PROFILO IDEOLOGICO DEL SECONDO NOVECENTO
PROFILO IDEOLOGICO DEL SECONDO NOVECENTO
DIECI LEZIONI ( CAPITOLI) su
ASCESA, DECLINO E CADUTA DEGLI INTELLETTUALI DI SINISTRA IN ITALIA
(1945.-2010)
1. IL DOPOGUERRA E I “ DIECI INVERNI” DELLA SINISTRA
“ L’orologio” di Carlo Levi, “ Il Politecnico” di Vittorini, nordismo e meridionalismo, Franco Fortini e i dieci inverni della sinistra, Comunitarisno, liberalismo e terza posizione ( Ernesto Rossi, Adriano Olivetti, Aldo Capitini)
2. IL FRONTISMO DEL LAVORO CULTURALE E LA LEZIONE DELLA DEMOCRAZIA
Carlo Levi da” Cristo si è fermato a Eboli” al caso Scotellaro, I socialisti etici Silone e Chiaromonte, Roberto Guiducci Socialismo e verità, Norberto Bobbio politica e cultura, Calvino e la bonaccia delle Antille, Luciano Bianciardi e il lavoro culturale
3. LA CULTURA DI MASSA E L’INTEGRAZIONE DELLE AVANGUARDIE
Intellettuali di base e periferici, La “ strana gente” di Fofi, Società di massa e cultura di massa, Umberto Eco.apocalittici e integrati, Le polemiche sul “ mandato degli intellettuali” Fortini, Asor Rosa, Il gruppo 63, Il “fordismo” e la nuova classe operaia. Panzieri e i “ Quaderni rossi2, Tronti e “ Classe operaia”
4 L’ ITALIA CHE CAMBIA. IL NORD E LA PERIFERIA. LE RIFORME IMPOSSIBILI E IL RIFORMISMO
Montaldi e le autobiografie della Leggera, Fofi e l’immigrazione meridionale a Torino, le riviste di nuova sinistra e i “ Quaderni piacentini”, Giorgio Galli e il bipartitismo imperfetto, Tamburrano storia e cronaca del centro sinistra
5 LA STAGIONE DEI MOVIMENTI TRA RIVOLUZIONE CULTURALE E MODERNIZZAZIONE
Alberoni i movimenti e l’istituzione, l’ORDA D’ORO di Moroni e Balestrini, il neo marxismo italiano,. Psicanalisi e società, Fachinelli e il bambino dalle uova d’oro, Il movimento del 77, Né con lo Stato né con le BR?
6. CULTURE DELLA CRISI E DELLA DIFFERENZA. REVISIONISMI E RADICALISMI
La Krisis di Massimo Cacciari, Gargani e la crisi della ragione, Vattimo e le avventure della differenza, Bellocchio e l’astuzia delle passioni, Foucault e il foucaltismo, La rivista “Alfabeta”
7.IRREGOLARE SARA’ LEI ( ANCORA SU REVISIONISMI E RADICALISMI)
Pasolini gli scritti corsari mito e leggenda, Sciascia e l’affaire Moro, De Felice e l’intervista sul fascismo, La polemica sul totalitarismo
8. DUELLO A SINISTRA.LEVIATANO E DINTORNI
Amato e Cafagna duello a sinistra, Coen il marxismo e lo stato, che cos’è il socialismo liberale?. Lotta continua: una lobby o un nuovo Partito d’Azione?, La filosofia politica: la sovranità, la comunità, il Leviatano. Ferraioli e Zolo, il garantismo. Che cos’è la guerra giusta?
9POST FORDISMO, GLOBALIZZAZIONE E RETI
Formenti, BIFO, rete, cyber ,virtuale. Bonomi e la “ moltitudine”, I problemi del nuovo lessico post fordista, Marco Revelli.Oltre il 900
10. L’ITALIA DELL’ULIVO E IL BERLUSCONISMO
Le nuove lettere dal carcere di Adriano Sofri, la polemica su destra e sinistra, Il partito degli intellettuali secondo Battista, Barbara Spinelli e il sonno della memoria.
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22/11/2011
La mia generazione ha perso ( un carteggio)
V
UN CARTEGGIO
Un carteggio di questi ultimi giorni tra alcuni amici ( Franco Toscani, Ennio Abate, Giuseppe Muraca) a proposito della storia fallimentare di un tentativo di rivista ( INOLTRE) che evidenziò contrasti e polemiche spesso anche personali fra i possibili redattori mi spinge adesso a ritornare sul tema in modo più retrospettivo e generazionale e a sollecitare nuove analisi e discussioni fra noi. Non tanto sulla singola storia di una singola rivista e nemmeno sulla opportunità di " disseppellire cose morte", come ha scritto lo stesso Ennio invitando a non stendere " nessun velo pietoso su niente" perchè la reticenza in ogni caso non è una virtù. Anche la memoria e i bilanci, le ricostruzioni e le interpretazioni, possono essere una valida o comunque necessaria occasione di riflessione critica, anche se spesso si tratta di " misere esperienze di riviste e blog che ci è toccato o ci tocca fare dopo la " strage delle illusioni", perchè lo sforzo è pur sempre quello di " tentare di uscire in positivo dal dilemma di allora e di oggi (aggrapparsi al cadavere della sinistra o tentare l'esodo)."
Adesso che una parte di noi e della nostra generazione si sta avvicinando alla soglia dei 70 ANNI e ha dietro di sè quasi mezzo secolo di esperienze e vicende credo sia nettamente visibile la portata del problema e del compito. Poco più di dieci anni fa GIORGIO GABER aveva intitolato un suo album e le canzoni in esso contenute LA MIA GENERAZIONE HA PERSO e basta ancora scorrere i titoli di quelle canzoni per ritrovare larga parte delle questioni che occorre richiamare.
Si può” “Verso il terzo millennio” “Il conformista” “Quando sarò capace d'amare” “La razza in estinzione” “Canzone dell'appartenenza” “Il potere dei più buoni” “Un uomo e una donna” “Destra-Sinistra”
“Il desiderio” “L'obeso” “Qualcuno era comunista” (Live)
Giorgio Gaber, LA MIA GENERAZIONE HA PERSO,
Li chiamavano “messaggi” negli anni settanta, e Gaber nel 2001 non ha perso il bisogno di lanciarne, come sempre chiarissimi e come sempre semplici nell’esposizione. Ce n’è almeno uno in ogni canzone. Il cant’attore milanese è uomo di contenuti, e fa canzoni di contenuti. Canzoni che devono arrivare subito. Da questo nasce la semplicità di testi e musiche, di rime e di melodie. Beppe Quirici, che ha prodotto il disco, non ha modificato il ruolo della musica nelle canzoni di Gaber, così che gli arrangiamenti per quanto curati si tengono a debita distanza dalla voce e dalle parole. Questa è una piccola delusione. Se doveva essere un disco vero che disco vero fosse. Non pare fondamentale neanche la scelta di far commentare ogni brano a qualche pubblica, e più o meno insigne, personalità. Alcuni degli ospiti parlano di Gaber più che delle canzoni. Ma la loro presenza sta a significare forse un’urgenza di apertura e di confronto, tanto quanto la scelta di pubblicare un disco. Forse è anche un modo per mettere insieme questa generazione. “La mia generazione ha perso” cerca di afferrare la realtà e l’esistenza da tutte le parti. E’ un dizionario dei nostri giorni, riuscito grazie alla capacità e alla volontà di definire di Gaber e Luporini. Ed è un’orazione al pensiero, e la cosa non stupisce visto che un loro recital di qualche hanno fa era intitolato “E pensare che c’era il pensiero”. Diversi brani erano già stati pubblicati. Ad esempio il primo, “Si può”, aggiornato per l’occasione. Ma una canzone come questa si presta particolarmente, dal momento che l’assunto resta intatto. ”Ma come/con tutte le libertà che avete volete anche la libertà di pensare?” dice. Una musica briosa contribuisce alla presa per i fondelli di quella che Gaber stesso definì “libertà obbligatoria”. Segue l’elegia di “Verso il terzo millennio”, una delle composizioni più doloranti del disco, con una chitarra classica che puntella le riflessioni fino ad un finale che apre la porta e rischiara dicendo “che non è mai finita/che tutto quel che accade fa parte della vita”. “Il conformista” è una lista, quella dei ruoli assunti da chi ha attraversato tutti gli “ismi” e che “pensa per sentito dire”. Anche qui la musica sfotte.Tocca un tema forte “Quando sarò capace di amare”, un tema che non è solo personale, perché sta sotto ai problemi sociali. E’ l’incapacità a rapportarsi, e forse non solo con una donna o con un uomo, a essere messa in discussione. “La razza in estinzione” è il pezzo che più ha fatto parlare e che contiene il titolo dell’album. Un’intro strumentale dà il senso dell’attesa e poi arriva la voce di Gaber a rendere viva la durezza delle affermazioni e la necessità di dire: ”possiamo raccontarlo ai figli senza alcun rimorso/ma la mia generazione ha perso”. “Canzone dell’appartenenza” è brano di densa profondità, forse il picco dell’album. Versi come “l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé” o “sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi” riescono a illuminare. Don Giussani di Comunione e Liberazione, chiamato a commentarli, ci mette dentro Dio, a differenza di Gaber. “Il potere dei più buoni” è contro l’ipocrisia più che contro la bontà. Gaber sente, e non da oggi, il bisogno di un distinguo dal politicamente corretto. L’arrangiamento circense è particolarmente azzeccato. “Un uomo e una donna” riprende le tematiche dominanti nel disco vedendole dal punto di vista del rapporto di coppia, incrinato anche dall’esterno. Ma si può rifare il mondo “cominciando da noi/un uomo e una donna”. Arriva “Destra-sinistra”, un pezzo già pubblicato e in qualche modo diventato culto per la sua capacità di rendere grottesche le contrapposizioni. “Ma cos’è la destra/cos’è la sinistra?” è la domanda vera per Gaber. La lenta “Il desiderio” vive su una frase: “il desiderio è la cosa più importante”. E’ lì per Gaber la chiave di tutto. Fra le cose migliori del disco è “L’obeso”, metafora inquieta dell’uomo di oggi rigonfio di un cibo che si chiama informazione. Il brano è minaccioso anche musicalmente grazie alla batteria di Elio Rivagli. Stupendo il verso “l’obeso è l’infinito di un Leopardi americano”. E poi la chiusura di “Qualcuno era comunista”, unico brano registrato dal vivo, con un climax memorabile che finisce sulla pelle, nello stomaco, negli occhi. Dentro. (Francesco Casale)
So anche io che ad alcuni di noi può sembrare sproporzionato questo riferimento a Gaber, ma si tratta di intendersi proprio quando ricompare " il dilemma di allora di oggi" ( aggrapparsi al cadavere della sinistra o tentare l''esodo": coloro a cui sto scrivendo sono o sono stati in larga misura INTELLETTUALI MILITANTI DI UNA GENERAZIONE, studiosi, storici, filosofi, pubblicisti, accomunati dal fatto di essere tutto sommato - rispetto a esponenti spesso più noti ancora sulla breccia - una significativa area di "quadri" che ha collaborato attivamente all'elaborazione di una cultura politica, di modelli teorici, di esperienze intellettuali di riviste, associazioni, circoli. Poco importa per certi aspetti la storia delle nostre diversità e divergenze politico-ideologiche, dei ruoli e delle responsabilità organizzative, dei legami intrattenuti, conta di più il tratto comune, la partecipazione, lo " c'ero anche io" che caratterizza scelte, scritti, testimonianze, discorsi. In gioco non è la storia dei gruppi e partitini,movimenti e associazioni,della ex nuova sinistra, una storia già consumata alla fine degli anni settanta,non la storia di un ciclo ma appunto un percorso con le sue crisi e fuoruscite, trasformazioni, ripensamenti, che è durato ancora altri trenta o quaranta anni come tratto comune, sintesi di nuovi tentativi e ricadute, qualcosa che appunto ha riguardato una generazione e non solo dieci o quindici tra di noi. E' noto ed è già stato detto più volte che la generazione dei nostri padri, quella uscita dalla Resistenza per sintetizzare,ha a suo modo " vinto" ( anche se c'è sempre stato da obiettare e discutere) consegnandoci la democrazia e la nuova società del dopoguerra: è vero che anche allora emersero maggioranze e minoranze, vincenti e perdenti, tanto che ci siamo trovati noi stessi ad ereditare il peso e la polemica retrospettiva sull'eredità dell'AZIONISMO nella sinistra italiana ma in questo caso l'esempio ricordato serve a ristabilire un confronto in termini di storia generazionale, a inquadrare il tipo di continuità e discontinuità fra la nuova sinistra della nuova generazione e quella di prima e a riproporre il problema della sconfitta e a ricordarci una consapevolezza critica emersa almeno fin dagli anni ottanta, consapevolezza che avrebbe dovuto e potuto essere il punto di avvio di una svolta critica e autocritica e di una ricerca di legame e valori da consegnare alla nuova generazione, a coloro che adesso hanno almeno trenta anni e a cui avremmo provato a dare il cosiddetto " passaggio delle consegne": ci siamo riusciti o abbiamo perso anche qui? Una domanda apparentemente semplice che invece chiama in causa i processi di trasformazione della società e il loro rapporto con il sistema politico, il passaggio dagli " anni di piombo" alla crisi dei partiti a Tangentopoli fino ai giorni nostri e al berlusconismo, le crisi e rotture della sinistra storica, il 1989, la fine del comunismo etc. In che misura tutta questa storia ha travolto e travolge anche noi e le nostre pretese diversità?Proprio perchè oggi tutto questo è ormai storia ufficiale alle nostre spalle ( Ennio Abate ricordava un termine e un concetto come quello di ESODO, con riferimento a dibattiti e questioni di metodo - dall'esodo alla " moltitudine", per intenderci- che appaiono anche essi terribilmente " datati", non più passato prossimo ma remoto, figlie anch'esse del ventesimo secolo.In sostanza : son passati più di dieci anni dall'avvio del nuovo secolo e ne siamo stati travolti anche noi? A chi siamo riusciti a passare le consegne? Tutto questo è adesso accentuato dall'approssimarsi simbolico di una scadenza come quella dei 150 anni dell'Unità d'Italia che ci impone, volenti o nolenti, di fare i conti con tutta la nostra storia ritornando a interrogarsi sui tratti lunghi di continuità che rivelano le costanti e le radici, su quella AUTOBIOGRAFIA DI UNA NAZIONE che già Gobetti segnalava come problema di fondo a proposito del fascismo e che oggi il berlusconismo ci ripropone come interrogativo ancora attuale.
A questo punto non è più una digressione tornare a Gaber e riprendere quella constatazione. Può sembrare paradossale ma proprio la sua diviene una lezione a suo modo esemplare che consente di dire, si, la mia generazione ha perso ma basta riascoltare quelle canzoni ( come del resto vale anche per le canzoni di FABRIZIO DE ANDRE') per riconoscere i tratti di un percorso da rivendicare, sia pure con amara ironia, la storia di culture ed esperienze ALTRE che non è detto siano state sconfitte e non covino invece sotto le ceneri, un insieme di trame di alterità sociali e di domande di trasformazione profonda che ricompaiono quando meno ce lo aspettiamo. Abbiamo coniato e usato il termine di CATTIVI MAESTRI per ironizzare noi per primi su padri e padrini, amici e antenati, intellettuali periferici e critici, che hanno accompagnato questi cinquanta anni indicandoci un modo diverso di leggere le cose del mondo, piccole minoranze eretiche e libertarie, esperimenti di scrittura e di pratica sociale, da quelle che noi stessi venivamo scoprendo nel corso della trasformazione degli anni sessanta in Italia ( da Panzieri a Don Milani a Montaldi ) incontrandoci e scontrandoci con altre nuove figure scomode, da Pasolini a Sciascia. E' una sorta di elenco IN PROGRESS questa storia dei nostri cattivi maestri e del nostro rivendicarli tuttora, qualcosa che si può ricominciare a tirar fuori dal dimenticatoio e dai sacchi delle immondizie o è un ennesima pia illusione per non volere fare i conti sul serio con la più beffarda e tragica autobiografia di una nazione? Forse ancora una volta è Gaber stesso che ci aiuta ricordando nella sua canzone che " io non mi sento italiano ma per fortuna e purtroppo lo sono", dove l'intreccio di per fortuna e purtroppo ci indica un doppio lavoro di scavo?
Troppa carne al fuoco, si dirà. Verissimo ma l'occasione è ghiotta e la sfida aperta, occorre lavorare di nuovo sul passato per tornare ad aver diritto a parlare del futuro, ce lo insegnano proprio tutte quelle donne che domani vorranno fare i conti con la loro storia dal femminismo a oggi, SE NON ORA QUANDO?
Si possono pensare tante cose: un convegno, un libro a più mani, un sito in rete con link vari e percorsi differenziati, ma la domanda brucia e non riguarda più solo la storia di questa o quella rivistina, è una proposta di vasto respiro che ha bisogno delle sue articolazioni. Attendo proposte e suggerimenti.
10:44 Scritto da: mangano1 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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Per una critica delle teorie del complotto
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' possibile collegare la lezione di René Girard sulle radici religiose del "capro espiatorio" (con il suo retroterra antropologico di teoria dell'odio) con il background mitico delle grandi narrazioni come l'Iliade, interrogarsi sulle ragioni segrete di una fascinazione che ritorna, scavare sul tempo - fuori-tempo di un immaginario del "male" che rivive come destino del genere umano con la sua perenne ciclicità? Io credo di si, anche se siamo appena agli inizi di una ricerca di tipo genealogico e pertanto in una zona di ipotesi e congetture che ha bisogno di verifiche contestuali. Occorre in tal senso ringraziare Umberto Eco per gli spunti briosi e insieme colti con cui pone egli stesso questo tipo di problema in una intervista da lui concessa a Gianni Riotta (Il grande vecchio alleato di Osama, "Il Corriere della sera", 12 luglio 2005). L'occasione dell'intervista, tipica dell'attualità giornalistica, è data dalla scelta del primo ministro inglese Tony Blair di non autorizzare nessuna commissione d'inchiesta sugli attentati di Londra, una scelta controcorrente che rompe appunto con la tradizione prevalente in tutti questi anni mirante a cercare il colpevole al proprio interno, quasi a prova di una "complicità" col nemico che si rovescia appunto in una lettura complottistica dagli esiti molto spesso paradossali: alla fine non ci si occupa più del delitto reale, ma lo si re-inquadra in una visione di grande complotto in cui quel che conta davvero è la cosiddetta rivelazione del segreto, che altro non è se non una fuorviante catena dei perché utile a soddisfare la curiosità dell'opinione pubblica, che adesso finalmente sa davvero quello che si voleva tenere nascosto. La esemplificazione più nota di questi ultimi anni è data dall'11 settembre americano. La nuova stagione della "piovra nascosta" connette la strage di Londra alla presenza di un ex premier israeliano e un ex sindaco newyorchese. Non sorridete. Ancora oggi circola su Internet, ed è ripetuta ovunque,la storia che "nessun ebreo è morto l'11 settembre alle Torri Gemelle, perché lo spionaggio israeliano, il Mossad, avvisò tutti, uno per uno (caddero invece almeno 300 ebrei, uomini e donne)". Già da solo il grande successo di vendite e di attenzione e il diffondersi molteplice, da internet ai giornali ai canali più diversi, di un tipo particolare di letteratura "complottistica", costituisce di per sé un problema: siamo in presenza infatti da un lato di un "genere letterario", per così dire, che ha ormai i suoi classici e i suoi oggetti di culto (non a caso, infatti, Umberto Eco ricorda esplicitamente, per ragioni tutte "negative", che però un massmediologo come lui sa individuare acutamente, il successo dell'anno, il "Codice da Vinci" di Dan Brown); dall'altro, appunto, di una "domanda" che non è affatto o solamente di mercato, anche se il mercato la orienta o ne valorizza le punte, ed andrebbe analizzata in chiave psicanalitica e antropologica.
Torniamo un attimo all'occasione dell'intervista: la svolta di Tony Blair non rivela certo chissà quale paura e preoccupazione di fatti da nascondere, ma la volontà politica di rispondere agli attentatori nel modo più fermo e sicuro di sé, "sappiamo già chi siete, ma non fermerete col terrore il nostro modo di vita". E al tempo stesso segna, non certo per sempre, la parola fine a quella ricerca ansiogena del Grande Vecchio su cui ironizza lo stesso Eco. Per cui il nostro si lascia andare a una mescolanza intelligente di constatazioni dell'inutilità retorica delle teorie del complotto ma anche a una piccola archeologia del sapere che traccia una mappa. Sul primo punto: "Provo a spiegare, da anni, che i soli complotti pericolosi sono quelli che diventano pubblici. Se un gruppo si affanna a tramare in segreto, e non veniamo mai a sapere di che cosa si occupa, è solo perché ha fallito,clamorosamente. I complotti che riescono affiorano dalla storia, prepotenti. Il golpe in Cile, i colpi di stato in genere sono sì complotti, ma la loro importanza sta nell'essere arrivati nei libri di storia. Mi verrebbe da dire: occupiamoci di quel che conta, delle nostre vicende concrete, anziché inseguire fantasmi". Sul secondo punto: "Il primo libro sulle trame è l'Iliade. Anziché spiegare la guerra tra Achei e Troiani con storiche ragioni, la rimanda alla rissa degli dei, colpa loro. Poi la colpa è stata dei cristiani che bruciano Roma, dei cavalieri Templari, i Gesuiti attribuiscono la rivoluzione francese a una manovra segreta dei massoni".
Se Eco suggerisce una linea genealogica della teoria del complotto, va preso sul serio, ma anche corretto, a mio parere. Il "primo libro sulle trame" non è l'Iliade ma la Bibbia: il primo vero e proprio complotto è quello del serpente con Adamo e Eva, vero e proprio paradigma: da un lato infatti il male è sì azione umana (la seduzione di Eva) ma ha dietro di sé il suggeritore occulto, il serpente. A conferma di una filosofia in cui l'uomo è "libero" di compiere il peccato originale, ma in ciò inizia la sua perdita di innocenza che consente il recupero per via di salvezza. Consustanzialità del male, che produce in modo irrimediabile la perdita del sacro e della condizione edenica, ma anche l'immaginario del ritorno all'Eden, la via religiosa al paradiso. In questa narrazione si ritrovano le costanti antropologiche di una visione del mondo in cui lo stato di natura è il punto di partenza e di ritorno. Se questa è infatti l'origine religiosa, ne conosciamo la versione laica e illuministica con la teoria rousseauiana del buon selvaggio, che è appunto la traduzione "laica" dello stesso tipo di immaginario incentrato sul dualismo di natura e cultura. E qui le connessioni possibili sono numerose e possono solo essere accennate: in che misura deriva infatti da questa matrice l'immaginario del nuovo mondo come isola felice, l'utopia, il luogo che non c'é in nessun luogo e che è la molla segreta o dichiarata dell'avventura umana? Sono numerosi gli studi sulle origini del pensiero utopico e sui "luoghi" della sua fascinazione segreta. Ma forse quel che conta di più è il collegamento - che si opera nelle favole, nelle leggende, nelle narrazioni popolari e ovviamente nei "miti"- fra azione magica di purificazione o di conquista dell'isola felice (dell'amore eterno, della purezza naturale) e presenza del portatore del male, il capro espiatorio che ha la "vera" colpa del male e che va riconosciuto, combattuto, espunto. Si tratti di Biancaneve addormentata dalla regina cattiva e salvata dal principe azzurro col bacio che risveglia alla vita, di Ulisse che cerca la sua strada ma è fermato da Calipso (si pensi alla grande lezione del resistere al canto delle sirene: è possibile resistere alla fascinazione del male), di Teseo che sa evitare di perdersi nel labirinto perché collega i suoi passi, si dà una direzione sicura, evita di sbandare e di perdere la strada, per cui può vincere il male con i suoi soli mezzi, c'é sempre un "lupo cattivo" che presiede al male e va individuato e combattuto. Al punto che se l'uomo evita di riconoscere il male e di combatterlo la colpa è allora sua, del suo peccato di orgoglio; Prometeo che ha rubato il fuoco per darlo agli uomini è di nuovo l'orgoglio di chi si illude di abolire Dio. In questo schema il complotto non è sempre presente e visibile, esso compare come il grande ordito che presiede alle cose o le distorce, è la colpa, ma è appunto la colpa della libertà spiegata come peccato, autoillusione, presunzione, farsi sedurre senza saperlo, autoinganno. In questo senso è legittima l'obiezione che tutto ciò è una specie di ciclico processo dell'origine del male, non di per sé il punto di partenza di una teoria del complotto, ma è ragionevole obiettare che è proprio questa narrazione del peccato originale e dell'innocenza perduta a presupporre appunto l'azione complottatrice del diavolo, la presenza del male. Se Dio è bene e vuole il bene perché c'é il male? Perché è la sua negazione dialettica che tutto spiega.
Il primo punto sollevato da Eco ha una sua autonomia specifica, poiché occorre - come fa in fondo lo stesso Eco - distinguere fra i complotti realmente esistenti ed esistiti e le teorie del complotto. I complotti esistono, eccome. Ogni giorno nascono di continuo nuovi complotti, se per essi si intende il formarsi di gruppi legali o illegali, pubblici o clandestini, che si riuniscono per concordare un 'azione contro un "nemico" e per far ciò elaborano un "piano" vero e proprio. In senso generale ogni azione politica ha dentro di sé la logica del complotto perché tende a individuare amici e nemici, alleati e incerti, definendo il terreno di una iniziativa strategica, ma ovviamente in questo tipo di complotto non c'é in sé un male preciso, se non quello intrinseco a una lotta "per il potere" in cui il fine giustifica i mezzi. Per complotto più in generale si intende l'azione del gruppo o della "società segreta", che unisce i propri adepti come una organizzazione che ha dei fini non dichiarati e che mantiene una sua doppiezza o addirittura teorizza e pratica il doppio gioco, l'azione illegale, il ricorso a metodi illegali, allo spionaggio, al pedinamento, all'eliminazione anonima dei nemici etc. Che la storia anche dei "grandi personaggi" da Cesare ad Alessandro Magno a Napoleone o di grandi strutture come il tribunale dell'Inquisizione possa essere letta anche come storia di complotti culminati in delitti, regicidi, stragi, torture etc. è fin troppo noto. In questo senso i complotti esistono e fanno parte della storia umana. La discussione si apre quando si comincia a discutere il loro ruolo reale e quello immaginario, il loro peso reale e quello attribuito loro. Il discorso di Eco fissa la distinzione, minima, banale, ma opportuna , fra i complotti che vincono - nel senso di realizzare i loro risultati - e quelli che non si realizzano. I primi fanno parte della storia reale, i secondi la accompagnano, coesistono con essa ma non la determinano.
Ricordo un vecchio ma sempre utile libro di Victor Serge sulla "vigilanza rivoluzionaria", in cui il nostro (che, come è noto, era anarchico, appoggiò la rivoluzione bolscevica di ottobre ma poi la condannò duramente) racconta come dentro il comitato centrale bolscevico esistesse, non conosciuto, una "spia", un militante legato a filo doppio ai servizi segreti zaristi. All'indomani della rivoluzione costui si consegnò ai rivoluzionari dichiarandosi. In altri termini, nel modo più semplice: il fatto che i servizi segreti zaristi fossero a conoscenza delle intenzioni e dei piani dei bolscevichi non è servito loro a impedire, reprimere, bloccare la rivoluzione stessa perché essa aveva una sua dinamica di massa politica e sociale che non poteva essere sconfitta. Anche una polizia addestratissima ed efficiente non riesce a impedire un processo rivoluzionario se esso è un movimento di massa reale con una sua dimensione di legittimità. Questo esempio non dimostra l'irrilevanza dei complotti ma invita a ridimensionare la loro irresistibile forza.
Esiste insomma una lunghissima storia dei complotti contro-rivoluzionari che si affianca a quella dei complotti rivoluzionari nell'epoca dei regimi assolutistici. In questo senso la tesi ricordata da Eco a proposito dei gesuiti e della loro interpretazione della rivoluzione francese come risultato di un complotto massonico è falsa nella sostanza, poiché la rivoluzione francese vince e si afferma perché era maturata la sua prospettiva nel grosso della società civile e del popolo, ma, se con ciò si intende sottolineare come uno degli incunaboli dell'elaborazione culturale giacobina e non solo fosse la cultura massonica, si dice una cosa perfino ovvia, a patto appunto di distinguere fra il periodo preparatorio di una cultura, di una mentalità, di un sistema di relazioni, che sfocia nella rivoluzione francese e un complotto, che è cosa ben diversa. Una rivoluzione moderna può avere al suo interno aspetti assimilabili a un complotto organizzativo, ma non è un complotto, è appunto una rivoluzione che ha con sé un movimento popolare di massa. La teoria del complotto è in questo senso diversa dalle pratiche dei complotti, la prima è una spiegazione a-posteriori del perché un potere ha perso cercando la colpa di ciò in un fattore esterno. La teoria del complotto è in linea di massima appunto la teoria del male che cova, cospira, vince, è la ricerca del colpevole e del capro espiatorio.
Visto e considerato che un conto sono i complotti che si realizzano e un altro quelli attribuiti, si ritorna al problema: perché prima o poi si affacciano spiegazioni e interpretazioni di un evento storico in termini di complotto? Siamo in presenza di una specie di spartiacque di comodo: l'invenzione e l'individuazione del nemico, del male segreto, della causa vera tenuta nascosta, è operazione di elaborazione ideologica di un sistema di odio, ricerca di un colpevole da additare secondo la tradizione religiosa del serpente. E' qui dunque che ritornano in campo le vecchie teorie del complotto come luogo comune, leggenda, tradizione, vox populi, che non pretende in sé alcuna prova e si diffonde, si autoconferma e prosegue la sua strada nel circuito dell'immaginario mescolandosi alla formazione delle "mentalità" e dei "pregiudizi". Di nuovo Umberto Eco: "I protocolli dei savi di Sion", il falso libello usato per calunniare gli ebrei, è stato venduto per decenni nelle bancarelle più sordide, ora si trova su Internet". C'è un circuito di diffusione che nessuno ben conosce e studia, poiché esso si avvale certo da un lato delle pubblicazioni clandestine e dei libelli - come accadeva ai tempi dell'assolutismo - ma ha suoi canali molteplici di risonanza, compreso il sentito dire, le prediche di sacerdoti, i discorsi nei caffé, i pregiudizi razziali, con una mescolanza di fonti ufficiali (false) e di fonti presunte, intessuto di "credenze" popolari e di subculture di gruppo. Questo si che è a sua volta (o opera come) una sorta di complotto invisibile, che oggi è complessificato, velocizzato, mondializzato nel circuito globale della comunicazione. Ma, appunto, che senso avrebbe interpretarlo a sua volta come un complotto quando esso è il punto di incontro di tradizioni, leggende, luoghi comuni che hanno un motore di base, l'odio per il diverso e la ricerca del colpevole appunto nel diverso? Il meccanismo che alimenta il processo non è un libello, ma un processo identitario di autodifesa dal male identificato nel mondo esterno o nel nemico esterno alla propria razza, religione, cultura. E' un meccanismo per molti versi elementare e spontaneo e, in riferimento al suo moltiplicarsi e diffondersi come bisogno di individuazione del colpevole, Eco fa ricorso a quello che potrebbe essere chiamato il teorema dell' ingorgo: "Sei chiuso in un ingorgo sull'autostrada, una macchina dietro l'altra, non ci si muove. Gli automobilisti cominciano a imprecare, colpa del ministro, colpa delle riparazioni non fatte, colpa dei TIR, colpa a tutti pur di non ammettere la verità, la "colpa" non è di nessuno, ci sono migliaia di auto in coda. Se gli automobilisti fossero rimasti in casa, niente ingorgo".
Io credo che si possa accettare questo tipo di modello interpretativo a patto di non ridurlo alla teoria del "piove, governo ladro", cioé a una spiegazione colta e ironica del conformismo di massa delle mentalità, che comunque vanno in cerca di una colpa. Più interessante semmai riflettere sull'ingorgo massmediatico di tipo nuovo a partire dallo stupore di Eco per il fatto che egli credeva, scrivendo a suo tempo "Il pendolo di Foucault", di aver fatto piazza pulita di tutto il ciarpame che comunque è presente in quello che si può chiamare il sapere e la tradizione esoterica e si ritrova invece oggi con il successo grandioso del "Codice da Vinci" come prova dell'esatto contrario. Come se tutti i luoghi comuni e le subculture dell'esoterismo, in cui coesistono i grandi pensatori originari e le tradizioni di piccole sette, fossero rientrate in movimento come un tentativo di vera e propria contro-storia, in cui templari e massoni e altri sono i "buoni" perseguitati e diffusori di un sapere alternativo. Di colpo i grandi studi storici e filosofici su Paracelso e sull'alchimia, sul rapporto fra microcosmo e macrocosmo nelle culture panteiste, sull'idea di natura e il conflitto fra religione e scienza alle origini dell'affermazione della cultura moderna, scompaiono come patrimonio culturale e tornano a diffondersi le culture dei libelli, delle sette, le leggende dei templari e via discorrendo. E' una sorta di altra storia dell'occidente, di quell'occidente misterioso di cui ha parlato a lungo coi suoi studi Giorgio Galli. Solo che mentre Galli e altri studiosi ponevano il problema della più critica e intelligente "ricerca delle radici" della cultura occidentale per favorire la storicizzazione, l'autocritica, la riscoperta del dimenticato, la complessità ricca del processo di modernizzazione, l'ingorgo massmediologico immette in rete cascami, naturalismi semplificanti, miti, riti e detriti in una ennesima ricerca del colpevole.
C'è anche qui una ambivalenza da riconoscere. Se da un lato si diffonde un nuovo "genere letterario" e una nuova domanda di sapere che mescola la controstoria dell'occidente e la rinascita di nuove sette, di altre religioni, di facili orientalismi alla moda, di semplificazione new age ed ecologia della natura buona e del panteismo, l'ingorgo che ne può derivare è anche un grande pasticcio, ma non è apportatore di danni particolari e tale da dover essere pregiudizialmente ripudiato. Le ragioni di un genere letterario investono il bisogno di immaginario di un'epoca, dal libro giallo al libro fantasy al genere horror alla ripresa degli esoterismi e delle culture magiche: l'ingorgo è un passaggio, nascono anche qui scrittori creativi e testi di struggente bellezza, eclettismi filosofici e culturali che investono nuove linee di ricerca, dal post-moderno al post-umano, dal pensiero "debole" alle nuove domande di significato. Non avrebbe senso preoccuparsene più di tanto. Diverso, almeno in parte, è il discorso sulla ripresa delle letture storiche, degli immaginari e delle teorie complottistiche. E questo ingorgo costringe a fare i conti: sia quando diviene storia nostrana (dalla teoria del "doppio stato" alla loggia P2 alla teoria del "grande vecchio " all"epoca del terrorismo brigatista a tutta la pubblicistica cosiddetta anti-berlusconiana come storia di trame occulte, affari segreti e corruzioni, un misto di paccottiglia ideologica e di caccia al colpevole che serve a nascondere alla "sinistra" le ragioni della sua impotenza politica attribuendo i suoi insuccessi alle malefatte del nemico), sia quando diviene leggenda metropolitana (come appunto per gran parte delle pubblicazioni dopo l'11 settembre). L'ingorgo ha una sua risonanza, si autolegittima e si autoriproduce, in una ricerca fantasmatica che alimenta le nuove credenze. Se davvero Tony Blair, forse senza saperlo bene nemmeno lui, ha preferito effettuare una svolta, ben venga. Come ha osservato Pier Luigi Battista ("la mitologia complottista", Corriere della sera 12 luglio 2005) "il sottofondo ideologico della mitologia complottista si è rivelato in forme clamorose negli Stati Uniti non appena spenta l'emozione collettiva dell'11 settembre, quando a poco a poco la CIA ha preso il posto di Al Qaeda nelle graduatorie delle responsabilità e un profluvio di letteratura dozzinale (poi trasfusa e resa esteticamente briosa dal film documentario di Michael Moore) ha invaso la pubblicistica americana ed europea per dimostrare che i veri carnefici dell'America sarebbero stati gli americani stessi". Grazie a Tony Blair, la banalità del vero torna a superare le mitologie del complotto: "La mia opinione è che quanti uccidono sono i responsabili e sono loro gli unici responsabili".Troppo semplice? Meglio ricominciare coi complotti?
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10:41 Scritto da: mangano1 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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